• L'altro sguardo, lo sguardo dell'altro



    NINNI DONATO Lo sguardo dell’altro

     Alla fotografia, come all’alchimia, si chiede di svelare le materie elementari del sentimento, dell’istinto, del gesto, come se nelle altre arti esse fossero talmente fuse, combuste e corrotte da impedirne il riconoscimento. Dalla fotografia si pretende la testimonianza della purezza di un attimo e nel contempo la sua cristallizzazione e conservazione, quale fossile temporale di ciò che la storia rapidissima degli eventi reali e artistici sembra trascinare ad una velocità indifferente. A essa si chiede sempre di dire quando finge e quando brutalmente mostra.

    Ma quale finzione o verità possono essere lette nelle bambole stremate e drammatiche, mistero di corpi infantili già invecchiati o mai stati giovani, capaci di contenere in eguale misura grazia e sofferenza…? Un “sadismo del vedere”, quello di Ninni Donato, che non è accompagnato dal delitto della catalogazione ma da attenzione, stupore, sacralità. L’oggetto foto diviene ponte, sintesi di due immaginazioni: quella dell’artista e quella di chi guarda… perché tutti dobbiamo fare i conti con la nostra storia. Attraverso gli sguardi o il nascondimento realizziamo i nostri rituali apotropaici di esseri in transito, in un’incessante tessitura di continuità e variabilità, di conservazione e riorganizzazione della materia. Probabile “errore di copiatura”, non scevro dal dolore, che lascia, come in tutte le evoluzioni o rivoluzioni, alle spalle una scia di vittime (innocenti?), incidenti di percorso che la natura, o gli dei del momento, provvederanno a correggere.

    L’interno e l’esterno si coappartengono; nella loro continuità, il movimento si svolge come un eterno ritornare a un inizio, che tale non è. L’angoscia del tempo invade e modella lo spazio. In tal modo le Carceri mirano a trasmettere un senso di malessere, destinato a evolvere sino all’incubo, dato che questo mondo “privo di centro è nello stesso tempo perpetuamente espandibile”. Un luogo dove la decisione è abolita, in cui le figure dei condannati si confondono a quelle dei secondini, accomunate nella neutralità dello spazio condiviso e realizzando un’etica del mondo sommerso, dei vivi in ombra, dei nonmorti reietti che tra di loro trovano espiazione, redenzione, voglia di vivere e morire.

    Ciascuno scelga i suoi soggetti-oggetti preferiti. Abbia la pazienza-coraggio di entrare in questo luogo di costrizione (carcere o corpo poco importa) , accarezzi le cose in uno scambio simbiotico senza temere la vertigine della mancanza del tempo, della corruzione, del consumo, dell’oblio.

    Jasper Wolf

    NINNI DONATO Siciliano di origini, studi classici, vive e lavora a Reggio Calabria, ha esposto i suoi lavori in gallerie e musei in Italia e all’estero, ricevendo numerosi riconoscimenti.

    Il suo lavoro è stato pubblicato, fra le altre testate anche da Le Monde (Fr)e dal Wall Street International (USA).

    Cura e amore in quello che fa, tipico di chi ha tempo e determinazione. Causalità più che casualità. Viaggio senza deambulazione verso un effimero ricercato maniacalmente ed evidenziato attraverso una sensibilità assolutamente introflessa, costruita intorno all’ombra più che alla luce.

     

    WILLIAM BATSFORD L’altro sguardo

    Mirabilia Art Gallery realizza in anteprima una mostra dedicata al progetto “Novecento Milanese” del fotografo canadese William Batsford: una selezione di fotografie di edifici milanesi della prima metà del Novecento, oggetto di uno straordinario stravolgimento temporale.

    Le sue immagini, che rilevano visivamente le costruzioni di architetti come Gio Ponti, Piero Portaluppi e Giovanni Muzio, sembrano essere state scattate negli anni ‘30, ma ad un’attenta analisi dei particolari ci si accorge che sono frutto di un lavoro fotografico recente.

    Uno sguardo infinito, quello della macchina fotografica di Batsford, che trascende dai periodi storici.

    Uno scatto alienante, che traspone concettualmente e visivamente i soggetti da un’epoca all’altra.

    Una visione romantica alla  ricerca di un’architettura grandiosa, legata alle radici della cultura italiana del Novecento, lo porta a elaborare nuove forme di un inedito lirismo architettonico.

    Lo sguardo è tutto, come scrisse Gide:  “L’importanza sia nel tuo sguardo, non nella cosa guardata”, e  ancora Proust: “non l’andare verso nuovi paesaggi, ma l’avere occhi diversi”.

    Il modo affascinato (ed affascinante) di Batsford di  porsi e rapportarsi alla realtà, di ritagliare la propria visione in mezzo alle infinite maniere possibili di guardare il mondo, lo porta a rivalutare gli edifici milanesi come reperti archeologici,  fissati con un chiaroscuro intenso ed una prospettiva netta, nello stile sofisticato anni ’30.

    Chiara Iemmi

    WILLIAM BATSFORD Nato a Toronto, Canada, nel 1965, e cresciuto a Londra, Batsford ha studiato ingegneria meccanica in Inghilterra e in Francia, prima di trasferirsi a Parigi, dove ha lavorato come ingegnere. Successivamente trasferitosi a Roma per studiare Italiano, per poi spostarsi a Milano, dove attualmente vive e lavora, ha iniziato a scattare fotografie in grande formato, usando un banco ottico in legno. Tuttora usa i banchi ottici per foto architettoniche, ed una macchina digitale utile per i dettagli.